L’alpeggio: vita durissima sì, ma quasi incontaminata, pulita e rispettosa dell'ambiente.

Il rito della transumanza, cioè della migrazione stagionale di mandrie e greggi da un terreno di pascolo a un altro, oggi patrimonio Unesco

L’alpeggio: vita durissima sì, ma quasi incontaminata, pulita e rispettosa dell'ambiente.

Il rito della transumanza, cioè della migrazione stagionale di mandrie e greggi da un terreno di pascolo a un altro divenuto oggi patrimonio dell'Unesco, ha dato vita all'alpeggio e affonda le sue radici addirittura nella preistoria: già nell'età del ferro essa assume caratteristiche molto simili a quelle attuali, specie nella caseificazione, praticata in costruzioni in pietra a secco.  
 
Il trasferimento degli animali in alpe ha un vantaggio doppio: le bestie si irrobustiscono e il fieno fatto d'estate si salva per l'inverno.         
Anche le nostre Prealpi ne hanno fatto esperienza: per secoli l'attività dell'alpeggio è stata una costante dell'economia brembana e alcune famiglie, specialmente dell'Alta Valle, hanno continuato ad esercitarla anno dopo anno (tranne che in caso di guerra) tra gli alpeggi orobici e la Bassa Pianura.
Da qui -una volta- mandrie e greggi arrivavano a piedi e le lunghe file di carri, proprio come quelli del Far West, e di animali facevano pensare ai pionieri. Più tardi il mezzo di trasporto diventeranno gli autotreni.
All'andata i pascoli alti venivano raggiunti dalle stalle dei paesi del fondovalle e, per gli animali dati in affitto, da quelle della pianura verso Milano. Al ritorno mucche, pecore e capre tornavano là da dove erano partite e quelle dei proprietari della Bassa erano caricate sugli stessi camion che le avevano condotte in Alpe.


La partenza e il ritorno di uomini e animali erano e sono legati alle condizioni climatiche, ma normalmente la permanenza sui monti va da metà/fine giugno a fine agosto/metà settembre.    
Ai giorni nostri il numero dei transumanti si è assottigliato, ma non è scomparso. A resistere nel mantenimento di una tradizione tanto antica sono prevalentemente i pastori, mentre i bergamini sono nella maggioranza diventati imprenditori caseari e mandano all'alpeggio solo le vacche da carne.
Le altre mangiano l'erba dei prati vicini alle stalle dei paesi vallivi e qui vengono munte. Dal loro latte, lavorato con macchinari all'avanguardia, che alleggeriscono il lavoro dell'uomo, nascono formaggi diventati famosi, sicuramente pregiati e buoni.  Ma un ruolo principe occupa ancora il 'Formai de Mut' (=formaggio di montagna), prodotto nella zona dell'Alta Valle Brembana, sulle vette dai 1200 ai 2500 metri e insignito della qualifica DOP il 12 giugno 1996.
In questi ultimi anni si assiste anche a una transumanza di cavalli.
 
Oggi, nel 70% dei casi, gli alpeggi sono concessi in affitto a uno o pochi 'caricatori' e le numerose piccole aziende di sussistenza con limitata quantità di capi hanno ceduto il posto a poche aziende professionali con decine di bovini. Queste, con il proprio bestiame o, al massimo, con quello affidato loro da pochi altri allevatori, riescono a 'caricare' con facilità un alpeggio.
Certo a raccontare la transumanza delle origini, le sue fasi, i riti che accompagnavano la partenza e il ritorno di mucche, capre e pecore sono rimasti in pochi: la maggior parte degli uomini e delle donne che hanno sperimentato la vera vita d'alpeggio nelle nostre valli -fatta di grandi fatiche e senza gli aiuti del nostro tempo- se ne è andata per sempre.

Una testimonianza possono offrirla i non numerosi superstiti che 70 anni fa svolgevano il ruolo di 'casì' nelle malghe orobiche. Chi erano i 'casì'? Erano i bambini, presenza importante in ogni alpeggio, in quanto erano addetti, oltre a piccoli lavori (raccolta della legna, ritiro dei secchi al termine della mungitura) al fondamentale controllo della mandria, per ore e ore, fino all'arrivo del buio.
Perché il nome 'casì'? Perché restavano sempre vicini alla baita, la loro casa nei mesi dell'alpeggio.

Chi, in veste di turista o villeggiante, ha incontrato una malga, ha avvicinato i bergamini o i pastori di una transumanza vicina a quella delle origini, è entrato nelle loro  baite  racconta momenti indimenticabili fatti di uomini accoglienti, generosi, fieri del lor pur duro lavoro, di baite con l'odore del fumo ma col profumo del latte appena munto o del 'fiorìt' (ricavato dal siero con aggiunta di timo e altre erbe aromatiche, a metà fra la ricotta e lo yogurth), di una ciotola di legno con polenta e formaggio, del suono di campanacci, del correre e abbaiare di cani...


L'enorme paiolo di rame issato per scaldare il latte e farne poi burro e formaggio era in un angolo e veniva trasferito ogni volta che da una baita si passava a una più alta, verso pascoli nuovi. La caldaia veniva portata sulle spalle, rovesciata come un enorme cappello. 
Vita durissima sì, ma quasi incontaminata, pulita, rispettosa dell'ambiente.
 
Oggi è possibile ripercorrere le abitudini della vita dei Bergamini visitando a Val Brembilla il Museo multimediale della Transumanza, museo con uno spazio dedicato alla vita contadina e nell’altro un’istallazione multimediale che presenta un duplice passaggio: i Bergamini che nei periodi freddi scendono verso la pianura e i pastori della Pianura che salivano negli alpeggi.