C’è un filo che attraversa la Valle Brembana da nord a sud. Si chiama Via Mercatorum, ed è una strada medievale che per secoli ha collegato Bergamo ai Grigioni e al centro Europa. Ci camminavano mercanti, corrieri postali, cavalieri. Ci camminavano persone che avevano qualcosa di importante da consegnare da qualche parte.
Oggi ci camminate voi. E questo, se ci pensate, non è poi così diverso.
Questo itinerario di due giorni segue – in parte – quella strada antica. Cinque luoghi da visitare a piedi o quasi, in ordine: dall’ingresso della valle fino all’alta valle, poi di ritorno verso il basso attraverso contrade che il mondo moderno ha dimenticato di raggiungere. È un viaggio lento per scelta, costruito su pietre che meritano di essere guardate.
Giorno 1 – mattina: Ponte Attone e la Dogana (Ubiale Clanezzo)
Prima di entrare in Valle Brembana, fermatevi a Ubiale Clanezzo. Qui, alla confluenza del torrente Imagna con il Brembo, si trova il Ponte di Attone: un arco unico in pietra grezza, costruito nel X secolo per volere di Attone di Guiberto, conte di Lecco. Per lunghissimi anni da qui passava l’unica via di accesso alla Valle Brembana, e il ponte aveva un ruolo fondamentale per i collegamenti commerciali con l’oltralpe: da questa vallata era possibile raggiungere il Passo San Marco e poi, attraverso la Valtellina, arrivare fino ai Grigioni.
Oggi il ponte è isolato rispetto alle strade moderne – e questa è la sua fortuna. Si raggiunge a piedi, immerso nel verde. Nella parte centrale si notano ancora i pilastri a foggia di merli che un tempo sorreggevano i cancelli che chiudevano il passaggio.
Accanto al ponte, ancora in piedi, c’è la Dogana: una robusta torre quadrata, anticamente posto di controllo dei transiti tra le due sponde e sede della “gabella” che imponeva dazi ai commerci. Chiunque volesse salire in valle, doveva passare di qui e pagare. Mille anni dopo, passarci è gratuito e vale il viaggio.
Giorno 1 – pomeriggio: Cornello dei Tasso
Lasciate l’auto a Camerata Cornello e salite a piedi. Cornello dei Tasso si raggiunge solo così – ed è esattamente questo il punto. Il nome Cornello apparve per la prima volta in una pergamena del 1309, e probabilmente deriva da “corna”, che nel dialetto bergamasco significa “roccia, pietra”: il borgo è collocato su uno sperone roccioso a ridosso del fiume Brembo.
In epoca medievale Cornello fu un importante centro di scambi commerciali e di passaggio di persone e merci, grazie alla Via Mercatorum che collegava Bergamo alla Valtellina. Sul finire del Cinquecento la sua fortuna cominciò a declinare in seguito alla costruzione della nuova strada di fondovalle, la Via Priula, che non toccava il Cornello: il borgo rimase isolato, perdendo la sua funzione commerciale. Quell’isolamento ha favorito la conservazione della struttura urbanistica originaria, che appare ancora oggi nella sua fisionomia medievale.
Camminare sotto la via porticata in pietra e legno, tra gli stemmi della famiglia Tasso dipinti sui muri, è come stare dentro una fotografia del Quattrocento – con la differenza che la fotografia è reale e ci si può sedere.
La famiglia Tasso non è famosa solo per il poeta Torquato. A partire dal Cinquecento, alcuni suoi esponenti gestirono le poste imperiali degli Asburgo. Nel 1512 l’imperatore Massimiliano d’Asburgo concesse alla famiglia il titolo nobiliare, permettendo che lo stemma del casato – un piccolo tasso e il corno della posta – fosse arricchito dall’aquila imperiale. Nel Seicento i Tasso di Germania ottennero il titolo principesco modificando il nome in Thurn und Taxis, e continuarono a gestire le poste fino alla seconda metà dell’Ottocento, quando il servizio fu nazionalizzato.
Nel borgo si trova il Museo dei Tasso e della Storia Postale, che custodisce tra l’altro una lettera del 1840 affrancata con il Penny Black, il primo francobollo emesso al mondo. Ingresso gratuito per i visitatori singoli.
Giorno 1 – tardo pomeriggio: il Borgo di Bretto
A pochi minuti da Cornello, salendo verso nord, si trovano le due contrade di Bretto Alto e Bretto Basso. Non tutti le cercano – ed è un peccato. Bretto ha legato la sua storia a quella di un ramo della famiglia Tasso: i Tasso di Bretto che nel Trecento si stabilirono nel borgo staccandosi dal ceppo originario dei Tasso del Cornello. Il borgo porta ancora oggi i segni tangibili della presenza della famiglia: il palazzo signorile all’ingresso di Bretto Alto, con affreschi tra cui lo stemma dei Tasso, la Chiesa di San Ludovico di Tolosa concessa in juspatronato alla famiglia, e l’antico palazzo Tasso a Bretto Basso, su cui è ancora visibile lo stemma al centro della facciata principale.
All’interno della chiesa si trovano diversi affreschi religiosi del Cinquecento, realizzati da artisti di Averara. Durante il restauro del 2008 vennero scoperte numerose ossa appartenenti a un gruppo di persone morte a causa della peste seicentesca. La cappella è visitabile su prenotazione scrivendo al Museo dei Tasso.
Bretto è silenziosa, quasi immobile. L’ideale per l’ultima luce del pomeriggio.
Giorno 2 – mattina: la Via Porticata di Averara
Risalendo la Valle Brembana verso nord si arriva ad Averara, piccolo comune di circa 180 abitanti. Nelle sue proporzioni non si indovina subito l’importanza che ha avuto. Averara era il capoluogo di tutta la valle omonima ed era l’ultimo paese posto sulla Via Mercatorum che conduceva in Valtellina, e come terra di confine era dotata di una dogana e di due torri a scopo preventivo.
Il cuore del borgo è la via porticata: caratterizzata da dieci ampie arcate, sopra le quali si innalzano tre piani di edifici. I portici hanno origini antiche, realizzati tra la fine del Trecento e i primi anni del Quattrocento, e hanno mantenuto l’aspetto dell’epoca: il pavimento in ciottoli, le travi lignee e le due corsie in pietra per il passaggio dei carri.
Sul lato interno dei pilastri del portico sono ancora visibili gli stemmi dei Baschenis, dei Bottagisi, dei Guerinoni, dei Migazi, dei Sonzogni e di altre famiglie che ebbero parte attiva nella storia della valle. Averara garantiva uno spazio coperto per la custodia delle merci in caso di maltempo e possibilità di alloggio per soste prolungate. Vi trovavano riparo viaggiatori e mercanti, gli animali potevano riposare; c’erano osterie, stalle e botteghe.
Passeggiare sotto quelle arcate oggi, in primavera, con la luce che filtra obliqua – è una di quelle cose che non si spiegano bene a parole.
Giorno 2 – pomeriggio: le contrade di Valbrembilla
L’ultima tappa non è un monumento. È un paesaggio. Scendendo verso il fondovalle, la Valle Brembilla si apre su un susseguirsi di piccole contrade rurali che sembrano ferme alla metà del Novecento – nel senso migliore del termine.
Le case dei contadini hanno origini cinquecentesche e spesso erano isolate a causa delle difficoltà delle vie di comunicazione; questa scarna struttura urbanistica ha inevitabilmente influito sui costumi della gente e sull’architettura delle costruzioni rurali. Selciati, loggiati in legno, fontane, lavatoi, cappelle minuscole: ogni contrada è un mondo a sé.
Tra le più suggestive c’è la contrada Cà Zanardi, dove si sale per un centinaio di metri su un selciato di notevole fattura fino al Colle dei Gatti. Il casale patriarcale del 1736 presenta un’architettura particolarmente suggestiva, e sull’edificio centrale spicca – anche se bisognoso di restauro – l’affresco del 1700 della Madonna con bambino, San Rocco e altri santi.
Non c’è molto da fare qui, nel senso tradizionale del turismo. C’è molto da guardare, molto da camminare lentamente. E questo, in certi weekend, è esattamente quello che serve.























